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Scritto da Raffaele Mussini - 31/10/15
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DATI
Regia: Tommy Lee Wallace
Sceneggiatura: Tommy Lee Wallace, John Carpenter
Durata: 93 minuti
Anno: 1982

Voto: 8
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Ha deluso milioni di fan questo terzo capitolo della celeberrima saga, e tutt’ora viene ripudiato dai più in quanto si tratta di un prodotto completamente estraneo alla stessa (manca Michael Myers e qualsiasi riferimento ad esso o ai personaggi a lui collegati), alla quale attinge solo ed esclusivamente per quel che riguarda il titolo.
L’idea di mettere in atto una variazione così drastica è curiosa: forse gli sceneggiatori hanno capito che in fondo non c’era più nulla da dire su Michael Myers e le sue “scorribande notturne”?
Nonostante il secondo capitolo si sia dimostrato all’altezza del capolavoro di Carpenter, è molto probabile che sia così, e la ripetitività e mediocrità di quasi tutti i capitoli successivi è lì a dimostrarlo.
Ebbene, questo film misconosciuto e sottovalutato merita assolutamente di essere riscoperto e rivalutato.
Il futuro regista di “It” esordisce con uno degli horror più interessanti degli anni ’80, che ha il rarissimo e sorprendente merito dell’originalità.
La sterzata inaspettata verso la fantascienza è felice e riuscita, e dà luce a quella che non a torto può essere vista come una critica al potere dominante e spiazzante della televisione che all’epoca stava entrando a far parte in modo sempre più sovrastante e irreversibile nella vita domestica delle persone.
Potremmo chiamarlo un “contagio elettronico”, e a conti fatti questo orrore generato da un’oscura cospirazione (la tematica cospiratoria era molto in voga nel periodo) ha molti tratti in comune con il personaggio di Michael Myers: in entrambi i casi si tratta di un male insidioso, quasi invisibile, sicuramente inafferrabile, che penetra nelle singole abitazioni all’insaputa delle future vittime. Il lato oscuro e irrazionale dell’animo umano prima (Michael Myers) e il potere dilagante della televisione poi. Che non siano due facce della stessa medaglia?
Cupo, tetro e agghiacciante, “Halloween III” è un film innegabilmente più politico dei suoi predecessori giacché, oltre al sottotesto prima discusso riguardante la televisione e i suoi effetti, lancia una freccia appuntita contro il capitalismo e lo strapotere delle multinazionali.
Cult movie imprescindibile, si fa portavoce di un orrore reale e tangibile. Non è infatti un caso che alla fine il piano malefico riesca a prevalere e ciò che ci rimane impresso nella memoria sia l’urlo straziante di Tom Atkins, il quale pare rivolto (e metaforicamente lo è) a noi spettatori.


CAST
Tom Atkins: Dottor Daniel 'Dan' Challis
Stacey Nelkin: Ellie Grimbridge
Dan O'Herlihy: Conal Cochran
Michael Currie: Rafferty
Ralph Strait: Buddy Kupfer
Jadeen Barbor: Betty Kupfer
Brad Schacter: Buddy Kupfer Jr.
Garn Stephens: Marge Guttman
Nancy Kyes: Linda Challis
Jonathan Terry: Starker
Al Berry: Harry Grimbridge
Wendy Wessberg: Teddy
Essex Smith: Walter Jones
Maidie Norman: infermiera Agnes
John MacBride: sceriffo

Scritto da Raffaele Mussini - 31/10/15
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DATI
Regia: Rick Rosenthal
Sceneggiatura: John Carpenter, Debra Hill
Durata: 86 minuti
Anno: 1981

Voto di [Raff]: 8,5
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E si aggira.
Nascosto, strisciante, insidioso, in uno stupendo incipit post-prologo egli scivola nell’intimità delle abitazioni di un quartiere tranquillo, in una silenziosa notte d’ottobre. Che è la stessa di tre anni prima. “La notte che lui tornò a casa”, come cita la tagline del capolavoro del 1978. Un prolungamento del film precedente, talmente in sintonia col suo predecessore da rendere quest’ultimo quasi incompleto. Primo e secondo capitolo sono in tutto e per tutto un unico grande film. Si riprende da dove si aveva lasciato, e la protagonista viene portata nell’ospedale di Haddonfield. E cosa c’è di più terrificante di un ospedale vuoto di notte?
Perché questa volta l’azione si concentra tutta lì, e il film di Rosenthal (esordiente al quale viene affidata la regia del film in analisi, ma la sceneggiatura è sempre di Carpenter. E si vede) segue diligentemente le regole dello slasher (e stavolta si alza notevolmente l’asticella della violenza) all’interno di queste opprimenti mura bianche, quasi fossero un’estensione del “volto” del killer, della sua maschera. Con innovativa intelligenza, nei momenti di tensione si prediligono i silenzi alle musichette inquietanti. La necessaria e per nulla dannosa prevedibilità dello schema è interrotta da colpi di scena ben assestati. Puro genere, asciugato – ma non è per forza un male – dai sottotesti psicologico-introspettivi del primo capitolo e dalle riflessioni metacinematografiche partorite dall’uso della soggettiva. Espediente, quest’ultimo, comunque utilizzato anche qui in maniera sapiente e colta.
Un grandissimo sequel, che termina con un angosciante primo piano del volto del (presunto?) cadavere di Myers in fiamme, con “Mr. Sandman” delle Chordettes in sottofondo. Quasi come a voler ribadire la possibilità che, dopotutto, lui possa essere ancora vivo. Horror di alta qualità.


CAST
Jamie Lee Curtis: Laurie Strode/Cynthia Ann Myers
Donald Pleasence: Dott. Sam Loomis
Charles Cyphers: Sceriffo Leigh Brackett
Jeffrey Kramer: Graham
Lance Guest: Jimmy Lloyd
Pamela Susan Shoop: Karen
Hunter von Leer: Gary Hunt
Dick Warlock: Michael Myers; Poliziotto #3
Leo Rossi: Budd
Gloria Gifford: Mrs. Alves
Tawny Moyer: Jill
Ana Alicia: Janet
Ford Rainey: Dr. Mixter
Cliff Emmich: Mr. Garrett
Nancy Stephens: Marion Chambers
John Zenda: Marshall
Lucille Benson: Mrs. Elrod
Dana Carvey: Assistente
Bill Warlock: Craig
Jonathan Prince: Randy
Leigh French: Madre di Gary
Ty Mitchell: Gary
Nancy Loomis: Annie Brackett
Pamela McMyler: Madre di Laurie
Dennis Holahan: Padre di Laurie
Nichole Drucker: Laurie giovane
Adam Gunn: Michael Myers giovane
Jack Verbois: Bennett Tramer

Scritto da Raffaele Mussini - 31/10/15
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DATI
Regia: John Carpenter
Sceneggiatura: John Carpenter, Debra Hill
Durata: 91 minuti
Anno: 1978

Voto: 9,5

Scritto da Raffaele Mussini - 29/10/15
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DATI
Regia: Rob Zombie
Sceneggiatura: Rob Zombie
Durata: 89 minuti
Anno: 2003

Voto: 7,5

Un gruppo di ragazzi attraversa la provincia americana in auto alla ricerca di luoghi e personaggi bizzarri da inserire in una "guida turistica" delle stranezze. Alla stazione di servizio del Capitan Spaulding, con museo degli orrori annesso, vengono a conoscenza del Dottor Satana, leggendario assassino del luogo. Incuriositi si mettono sulle sue tracce, ma restano bloccati in una casa i cui tenutari sono tutti maniaci assassini, ognuno a modo suo. E il Dottor Satana, è davvero morto come dicono? Interessante e originale, seppur non perfetto, esordio di un regista che in futuro avrebbe incontrato alti e bassi. La cosa che si nota maggiormente in questo film è che l’autore cita e stracita, fin già dai magnifici titoli di testa, che scorrono sotto una traccia (il titolo del film) dello stesso Rob Zombie (così come la maggior parte della colonna sonora). Al centro di queste furbe e mai pedanti citazioni c’è tutto lo stile horror simil-Grindhouse degli anni '70, ma soprattutto c'è Non aprite quella porta, modello di riferimento per il plot della pellicola (tanto che potremmo quasi considerarla come una sorta di grottesco ramake del film del 1974). Lo stile del regista è grezzo e debordante, sporco e grandguignolesco, esuberante e debordante. Se da una parte però è piacevolmente eccessivo, dall’altra scivola in evidenti cadute di gusto, come la trovata del cadavere del ragazzo "trasformato" in sirena o quella del killer che indossa la pelle del padre di una delle vittime. Ma il film ha dalla propria parte anche alcuni momenti che non stenterei a definire top: la danza di Sheri Moon Zombie con tanto di uso di split screen, la sequenza al ralenti sotto “I Remember You” di Slim Whitman e il viaggio nel tunnel dell'orrore dei killer più famosi della storia, superbamente indetto e a suo modo commentato dal superbo Sid Haig in versione clown. Nell'atmosfera complessiva dell'opera si respirano trash e sporcizia, con tanto di sangue e violenza in abbondanza. Come dicevo prima, ha il pregio di essere originale (fattore preziosissimo nel cinema horror odierno), pur mantenendo una forte quanto necessaria componente derivativa. Sicuramente costituisce un unicum, un caso isolato nel panorama del suo genere e vale sicuramente la pena di vederlo. Non si tratta di un'opera immediata, tanto che in molti potranno ripudiare i suoi eccessi sperimentali, in realtà preziosissimi.
Dimenticate i facili spaventi o lo splatter a profusione propri di ogni ordinario slasher movie, perché qui di ordinario non vi è nulla. Un'opera cinefila, autoconsapevole e intelligente; l'impossibile incontro tra un lontano Tarantino e un più riconoscibile Tobe Hooper. Il tutto con la visionaria marcia in più di un cineasta destinato a diventare autore con la A maiuscola: Rob Zombie. Orribile, assurdo e disgustosamente ultraviolento il sequel (misteriosamente osannato dalla critica).


CAST
Sid Haig: Capitano Spaulding
Bill Moseley: Otis B. Driftwood
Sheri Moon: Baby Firefly
Chris Hardwick: Jerry Goldsmith
Erin Daniels: Denise Willis
Matthew McGrory: Tiny Firefly
Karen Black: Mother Firefly
Jennifer Jostyn: Mary Knowles
Rainn Wilson: Bill Hudley
Walton Goggins: agente Steve Naish
Tom Towles: tenente George Wydell
Robert Allen Mukes: Rufus T. Firefly
Dennis Fimple: nonno Hugo
Harrison Young: Don Willis
William Bassett: sceriffo Drake Huston
Walter Phelan: Doctor Satan/S. Quentin Quale
Jake McKinnon: il professore/Earl Firefly

Scritto da Raffaele Mussini - 29/10/15
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DATI
Regia: Ronny Yu
Sceneggiatura: Damian Shannon, Mark Swift
Durata: 97 minuti
Anno: 2003

Voto: 7,5

E’ stato molto fugace quel momento che ha visto la sperimentazione della contrapposizione tra i miti (figure antagoniste) di perle passate del cinema di genere, giacché l’anno successivo a Freddy vs Jason sarebbe arrivato Alien vs Predator. Dopodiché, il possibile (mancato) filone del “mostro vs mostro” si è fermato lì. Entrambi i risultati sono - a mio parere - felicissimi. Il film in analisi (così come anche quello di Paul W.S. Anderson) va preso come un gioco, come un divertissement allo stato puro. Decerebratissimo se si vuole, ma anche sapiente nel mescolare le caratteristiche dei due personaggi. Lo dico sinceramente: da un film che ha come presupposto lo scontro tra i killer delle due saghe più famose del cinema horror, non penso ci si potesse aspettare di più. Freddy vs Jason è infatti un cartoonesco tripudio di splatter, dove il sangue scorre a ettolitri come era lecito aspettarsi e i fan delle due saghe potrebbero addirittura arrivare a provare un po' di nostalgia in ricordo di quei vecchi tempi (certo horror cialtrone anni '80) che qui vengono intelligentemente rievocati. Sovente l'eccesso di ironia rischia di far scivolare l'operazione nel becero, e questo è l'unico difetto del film. Ma pur riconoscendolo come un limite si è disposti a passarci sopra, perché come ho detto all'inizio, si tratta in fin dei conti di uno scherzo, una simpaticissima, gustosa, piacevole buffonata. E poi diciamocelo: rivedere Robert Englund di nuovo nei panni di Kruger dopo così tanti anni di distanza (l’ultima volta fu nel 1991) sarebbe forse (si parva licet) come rivedere oggi Christopher Lee nelle vesti del conte Dracula. Insomma, una gioia suprema.


CAST
Robert Englund: Freddy Krueger
Ken Kirzinger: Jason Voorhees
Monica Keena: Lori Campbell
Jason Ritter: Will Rollins
Brendan Fletcher: Mark Davis
Kelly Rowland: Kia Waterson
Katharine Isabelle: Gibb
Jesse Hutch: Trey
David Kopp: Blake
Chris Marquette: Charlie Linderman
Kyle Labine: Bill Freeburg
Chris Gauthier: Shack
Lochlyn Munro: Scott Stubbs
Gary Chalk: Sceriffo Williams
Tom Butler: Dr. Campbell
Paula Shaw: Pamela Voorhees
Zack Ward: Bobby Davis
Sharon Peters: Mrs. Campbell
Odessa Munroe: Heather

Scritto da Raffaele Mussini - 27/10/15
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DATI
Regia: Kevin Tenney
Sceneggiatura: Kevin Tenney
Durata: 98 minuti
Anno: 1986

Voto: 5
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Tavoletta ouija ed evocazioni spiritiche. Un'occasione sprecata.
Il film partiva bene, e si é mantenuto su un buon livello per due terzi abbondanti della durata, salvo poi rovinarsi con un finale insulso e ridicolo. Ed é veramente un peccato, perché le buone premesse c'erano: bella l'idea della seduta spiritica (tra l'altro originale nella gamma di idee inerenti al genere), ben orchestrato il crescendo di morti come di regola in ogni horror che si rispetti, nonché una buona atmosfera. Un prodotto dal sapore artigianale, di quelli che si facevano una volta. Il terrore non viene poi mai mostrato, il che é un'ottima intuizione. Vedere un film così rovinato da quei 15 minuti che separano il tutto dai titoli di coda é davvero uno scempio. Resta una pellicola apprezzabile nel suo piccolo, ma solo per appassionati. Sequel inguardabili.


CAST
Todd Allen: James "Jim" Morar
Tawny Kitaen: Linda Brewster
Stephen Nichols: Brandon Sinclair
Kathleen Wilhoite: Sarah "Zarabeth" Crawford
Burke Byrnes: Lt. Dewhurst
James W. Quinn: Lloyd
Rose Marie: Mrs. Moses
Judy Tatum: Dr. Gelineau
Gloria Hayes: Wanda
J.P. Luebsen: Carlos Malfeitor
Susan Nickerson: Chris
Ryan Carroll: Roger
Kenny Rhodes: Mike

Scritto da Raffaele Mussini - 25/10/15
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DATI
Regia: Steve McQueen
Soggetto: Solomon Northup (libro)
Sceneggiatura: John Ridley
Durata: 134 minuti
Anno: 2013

Voto: 5

Stati Uniti, 1841. Solomon Northup è un musicista nero e un uomo libero nello stato di New York. Ingannato da chi credeva amico, viene drogato e venduto come schiavo a un ricco proprietario terriero del Sud. Strappato alla sua vita, alla moglie e ai suoi bambini, Solomon infila un incubo lungo dodici anni provando sulla propria pelle la crudeltà degli uomini e la tragedia della sua gente. Perché non consiglierei a nessuno di vedere 12 anni schiavo?
Andiamo con ordine: vi è una prima parte nella quale il protagonista viene travolto dagli eventi in modo così dirompente che noi spettatori non possiamo che rimanere incollati alla poltrona allo stesso modo di come faremmo davanti a un thriller ben riuscito. Poi si arriva a metà pellicola, e da lì in poi - credetemi o no - non succede più nulla. Non mi si accusi di superficialità: non voglio dire che non vi siano degli eventi. Il problema è che questi si riducono a un mero collage di soprusi e crudeltà (più fisiche che psicologiche) ai danni dei personaggi. Non c’è più trama, non c’è plot, non ci sono risultati da raggiungere, fughe da tentare, obiettivi da perseguire, voglia di raccontare. Il ritmo da pacato diventa lento, poi si annulla, cessando di fatto di esistere e gettando lo spettatore in un vortice di noia incessante, ravvivato solo da una fotografia che di tanto in tanto regala meravigliosi squarci di paesaggio. Vortice sconquassato poi dalle troppe e troppo lunghe sequenze riguardanti le frustate subite e inflitte, mostrate attraverso una violenza insistita, eccessiva quanto inutile. Inutile perché per provocare l’immedesimazione nello spettatore e fargli vivere sulla pelle (mi si perdoni il gioco di parole) la sofferenza di chi ha subito tutto ciò, non c'è bisogno di forzare la mano così tanto e spingersi talmente oltre. Poiché in questo modo si raggiunge solo il triste risultato di un' arroganza irritante, quella di chi esagera per impietosire e indignare, col solo risultato di colpire allo stomaco senza sfiorare neppure lontanamente il cuore e l'anima. Viene così vanificato in parte il nobile intento di denuncia di partenza (ma ce n'era davvero ancora bisogno, dopo così tanti film dedicati all'argomento?). Il troppo storpia, non c'è niente da fare. Ben girato, superbamente interpretato, ottimamente realizzato, ma ristagnante. E, soprattutto, imperdonabilmente troppo lungo. Si implorano i titoli di coda già un'ora prima, e in quest'ottica, il lieto fine diventa un minimo sindacale. Inoltre, come accennato poco fa, non aggiunge nulla di più ai molteplici film – più o meno recenti – che hanno affrontato il tema, riuscendo mirabilmente dove questo film del sopravvalutatissimo McQueen ha fallito (riguardarsi Amistad e Django Unchained). 
E l’Oscar al Miglior Film? Probabilmente l'ennesimo buco nell'acqua di una giuria che privilegia il politically correct a tutto il resto, vittima del furbo patetismo forzato messo in scena, per colpa del quale il film in analisi può essere definito in un solo modo: un interminabile p(i)attume.


CAST
Chiwetel Ejiofor: Solomon Northup
Michael Fassbender: Edwin Epps
Benedict Cumberbatch: William Ford
Paul Dano: John Tibeats
Paul Giamatti: Theophilus Freeman
Brad Pitt: Samuel Bass
Lupita Nyong'o: Patsey
Alfre Woodard: Harriet Shaw
Sarah Paulson: Mary Epps
Scoot McNairy: Brown
Taran Killam: Hamilton
Garret Dillahunt: Armsby
Michael Kenneth Williams: Robert
Quvenzhané Wallis: Margaret Northup
Ruth Negga: Celeste
Bill Camp: Ebenezer Radburn

Scritto da Raffaele Mussini - 25/10/15
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DATI
Regia: Michael Mann
Sceneggiatura: Michael Mann, Morgan Davis Foehl
Durata: 133 minuti
Anno: 2015

Voto: 5

"C'è un attacco informatico dietro al surriscaldamento che ha causato l'esplosione di una centrale nucleare nei pressi di Hong Kong. Alla stessa maniera c'è un attacco informatico quasi identico ai danni della borsa di Chicago che fa schizzare all'improvviso il prezzo della soia. Le autorità cinesi e americane, non senza una certa riluttanza, comprendono che è il caso di collaborare per fermare chiunque ci sia dietro questi due crimini. Il capitano Dawai, arrivato negli Stati Uniti, convince l'FBI a servirsi di Nick Hathaway (Hemsworth), un criminale sui cui si sono basati i criminali e che sta scontando una lunga condanna in un penitenziario di massima sicurezza. Liberato ma controllato, sia a vista che elettronicamente, Hathaway spinge l'indagine così in là da essere costretto a proseguirla anche da solo per cercare di guadagnarsi la propria libertà." 

Credo nei flop clamorosi, credo nei “film incompresi”, credo nello sperimentalismo, ma soprattutto cred(ev)o in Michael Mann. Ciononostante esistono le eccezioni: esistono le ragioni dietro al flop, esistono film che – più che incompresi – risultano incomprensibili ed esiste lo sperimentalismo incompatibile con certe imprescindibili necessità della Settima Arte. Duole ammetterlo, ma da Miami Vice (2006) in poi il regista sta compiendo ogni volta un passo indietro rispetto alla sua più che gloriosa carriera passata. Quindi, guardando Blackhat, ci si chiede di nuovo dove sia finito il Michael Mann di Heat (1995) e dove i memorabili tempi di Manhunter (1986) e di Insider (1999)? Perché un cineasta che riesce a inchiodare lo spettatore alla poltrona per ben tre ore senza mai una sola caduta di ritmo (faccio sempre riferimento a quel capolavoro che è Heat), oggi non riesce a garantire lo stesso grado di coinvolgimento per le due ore (che tra l’altro nel caso in questione sono assolutamente troppe) di questa sua ultima prova? Prova che è tutto fuorché mediocre, ma che lungi dal contenere chissà quali acute riflessioni sullo strapotere della rete nel mondo odierno (merito che molti gli hanno – a mio parere erroneamente – affibbiato), si rivela semplicemente un normalissimo thriller. Tra l’altro neppure abbastanza appassionante da potersi definire consigliabile. Colpa – come già accennato prima – delle troppe lungaggini; colpa di uno stile che, nel mostrarsi eccessivamente asciutto, smorza l’enfasi del complesso, l’impatto emotivo che il film avrebbe potuto regalare. In altre parole, il cineasta rinuncia consciamente a quell’equilibrio che vuole la forma (leggi le esigenze dello spettacolo) equiparata alla sostanza. Nell’inusuale quanto estrema adesione alla realtà e ai dispositivi che la riproducono (ergo l’eccessivo abuso di telecamera a mano), Michael Mann si scorda del cinema, salvo rammentarsene solo ed esclusivamente durante le sequenze di sparatoria. Queste ultime non fanno per nulla rimpiangere quella – arcinota – del già menzionato film del 1995. Ma ci si ferma lì; il resto è ordinaria amministrazione. Mann vorrebbe trascinarci nei recessi di una società prossima al collasso e all’implosione per eccesso di dati e informazioni, vorrebbe parlare della fugacità e dell’inafferrabilità di tutto ciò che passa attraverso questa dominante quanto sfuggente rete. Rimane, invece, sulla superficie di un plot che oscilla continuamente, che non coinvolge mai poiché il suo ideatore lo ha messo in scena scegliendo consapevolmente di attuare un distacco tra spettatore e spettacolo in atto. 
Non mi si fraintenda: non volevo che questo Blackhat diventasse un nuovo Die Hard. Eppure è accaduto qualcosa nel cinema di Mann: è morto del tutto il piacere del racconto, ed è nato – ahinoi – l’irritante autocompiacimento di una maniera che si pone in controtendenza senza poi offrire però nulla. Gli attori sono notevoli, i personaggi ai quali danno volto un po' meno. Colonna sonora pessima; ci tengo ad esplicitarlo perché anch’essa in un’opera cinematografica conta moltissimo (si veda a titolo di esempio L’Ultimo dei Mohicani, che menziono poiché sempre diretto da Mann). Piuttosto, riguardatevi di nuovo lo splendido Collateral (2004).


CAST
Chris Hemsworth: Nicholas Hathaway
Tang Wei: Lien Chen
Viola Davis: Carol Barrett
Ritchie Coster: Kassar
Holt McCallany: Mark Jessup
Yorick van Wageningen: Sadak
Leehom Wang: Chen Dawai
John Ortiz: Henry Pollack
William Mapother: Rich Donahue
Spencer Garrett: Gary Baker
Archie Kao: Shum

Scritto da Raffaele Mussini - 23/10/15
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DATI
Regia e Sceneggiatura: Simon Barrett, Adam Wingard, Eduardo Sánchez, Gregg Hale, Timo Tjahjanto, Gareth Huw Evans, Jason Eisener
Durata: 96 minuti
Anno: 2013

Voto: 7,5

Riuscitissimo sequel di quel curioso fenomeno che fu il primo V/H/S
Gli episodi stavolta sono quattro e il loro avvio deriva dallo stesso pretesto del precedente film, che vede i protagonisti visionare occulte e misteriose videocassette dopo aver fatto irruzione in casa altrui. Se le tematiche del primo capitolo giravano attorno al sesso e la struttura basilare era ancora in parte legata ai recenti Paranormal Activity (come dimostra l’originale episodio girato attraverso Skype, qui si cambia completamente rotta e (per quanto possa sembrare stupefacente) si osa ancora di più. Tanto è vero che alla materia ludica che sta alla base del mockumentary vengono aggiornati zombie e alieni. Non è un capolavoro, così come non lo fu neanche l’altro. E questo a causa di un episodio che fa leggermente calare l’esito complessivo, ovvero il primo, fortemente debitore de Il Sesto Senso e troppo spesso prevedibile nelle improvvise comparse dei fantasmi davanti alla telecamera, puntualmente accompagnate dalle solite impennate di volume. Rimane tuttavia carina l’idea della telecamera-occhio. Forse anche l’ultimo episodio inerente l’invasione aliena (che tanto assomiglia a un alter ego sci-fi di The Blair Witch Project) avrebbe potuto essere sfruttato un po' meglio, giocando ad esempio di più sull'atmosfera e soprattutto rendendo visivamente meno espliciti i corpi e le figure dei summenzionati alieni. Ma va bene così, e in ogni caso vale mille volte di più questo quarto d’ora che non tutto Il Quarto Tipo (al confronto del quale il suddetto episodio sembra un capolavoro). Dove la pellicola tocca vette inaudite è nei due episodi centrali. Vi è quello degli zombie, scioccante delirio ultraviolento che avviene davanti ai nostri occhi sotto la luce del sole, crudo ai limiti del sopportabile, trovata sperimentale che tenta a suo modo di rinnovare quel genere di cui il grande Romero è pioniere. E proprio a Lui pensiamo noi cinefili quando, in un barlume di coscienza, il protagonista trasformatosi in un non-morto si spara alla fine un colpo in testa. Proprio a Lui, il grande regista americano che aveva dotato le sue creature di quel discernimento che, a conti fatti, li rendeva "umani". Vale di più questo breve episodio di moltissimi zombie-horror in circolazione. Ma dove noi spettatori dovremmo alzarci per applaudire è nel terzo: allucinazione furiosa, materializzazione di paure arcane che associano l’altro mondo (il "Paradiso" oggetto di idolatria da parte del "profeta") ad un'altra cultura, quella orientale (e non è infatti un caso che tutto l’episodio sia attraversato dal tema del suicidio, tratto dolente e dominante di tale tradizione). Angosciante e delirante, splatter e brutale, freddo e cattivo, una labirintica discesa agli inferi che lascia il segno e si fa perdonare anche l’apparizione finale di un diavolo-caprone un tantino fuori luogo. Considerato a parte, questo "pezzo" è uno dei migliori prodotti horror degli ultimi anni. Nel complesso la pellicola è decisamente notevole, e la sua qualità (che vale più di quella della maggior parte dei mockumentary girati fino ad oggi) rinnova l’urgenza di una sacrosanta e necessaria distribuzione nel nostro Paese di questi due piccoli gioielli – V/H/S 1 e 2 – ai quali speriamo se ne aggiunga presto un terzo.


CAST
Lawrence Michael Levine: Larry
Kelsy Abbott: Ayesha
L.C. Holt: Kyle
Simon Barrett: Steve
Mindy Robinson: Tabitha
Adam Wingard: Herman
Hannah Hughes: Clarissa
John T. Woods: Dr. Fleischer
Casey Adams: Justin
Jay Saunders: Ciclista
Fachry Albar: Adam
Hannah Al Rashid: Lena
Oka Antara: Malik
Andrew Suleiman: Joni
Epy Kusnandar: Padre
R R Pinurti: Ibu Sri
Riley Eisener: Tank
Rylan Logan: Gary
Samantha Gracie: Jen
Cohen King: Randy
Zach Ford: Shawn
Josh Ingraham: Danny
Jeremie Saunders: Zack
Hannah Prozenko: Melissa

Scritto da Raffaele Mussini - 23/10/15
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DATI
Regia e Sceneggiatura: Matt Bettinelli-Olpin, David Bruckner, Tyler Gillett, Justin Martinez, Glenn McQuaid, Radio Silence, Joe Swanberg, Chad Villella, Ti West, Adam Wingard
Durata: 116 minuti
Anno: 2012

Voto: 7,5

Scritto da Raffaele Mussini - 22/10/15
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DATI
Regia: Sam Mendes
Soggetto: Ian Fleming
Sceneggiatura: John Logan, Neal Purvis, Robert Wade
Durata: 143 minuti
Anno: 2012

[Raff] - voto: 9
[Tibo] - voto: 9

Scritto da Raffaele Mussini - 22/10/15
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DATI
Regia: Marc Forster
Soggetto: Ian Fleming
Sceneggiatura: Paul Haggis, Neal Purvis, Robert Wade
Durata: 107 minuti
Anno: 2008

[Raff] - voto: 7,5
[Tibo] - voto: 7,5

Scritto da Raffaele Mussini - 20/10/15
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DATI
Regia: David Lynch
Sceneggiatura: David Lynch
Durata: 126 minuti
Anno: 1986

Voto di [Raff]: 10
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Scritto da Raffaele Mussini - 18/10/15
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DATI
Regia: Brad Peyton
Sceneggiatura: Carlton Cuse
Durata: 114 minuti
Anno: 2015

[Raff] - voto:7
[Jaco] - voto: 5

Scritto da Raffaele Mussini - 18/10/15
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DATI
Regia: Cedric Jimenez
Sceneggiatura: Cédric Jimenez, Audrey Diwan
Durata: 135 minuti
Anno: 2014

Voto: 8,5
Trailer

Scritto da Raffaele Mussini - 18/10/15
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DATI
Regia: Baltasar Kormákur
Soggetto: Jon Krakauer (saggio)
Sceneggiatura: Baltasar Kormákur
Durata: 121 minuti
Anno: 2015

Voto: 7

Scritto da Raffaele Mussini - 16/10/15
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DATI
Regia: Ridley Scott
Sceneggiatura: Drew Goddard
Soggetto: Andy Weir
Durata: 141 minuti
Anno: 2015

Voto: 8,5
Trailer

Scritto da Jacopo Braghiroli - 15/10/15
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DATI
Regia: Scott Cooper
Sceneggiatura: Jez Butterworth, Mark Mallouk
Soggetto: dal libro di Dick Lehr e Gerard O'Neill
Durata: 122 minuti
Anno: 2015

Voto: 7,5

Scritto da Jacopo Braghiroli - 11/10/15
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DATI
Regia: Marc Forster
Sceneggiatura: Damon Lindelof, Matthew Michael Carnahan, Drew Goddard, J. Michael Straczynski
Durata: 116 minuti, 123 minuti (versione estesa)
Anno: 2013

Voto: 7

Scritto da Jacopo Braghiroli - 11/10/15
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DATI
Regia: Gil Kenan
Sceneggiatura: David Lindsay-Abaire
Durata: 95 minuti
Anno: 2015

[Jaco] - voto: 5
[Raff] - voto: 7

Scritto da Jacopo Braghiroli - 02/10/15
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DATI
Regia: Brad Bird
Sceneggiatura: Brad Bird, Damon Lindelof
Durata: 130 minuti
Anno: 2015
Voto: 6,5