BOYHOOD

Scritto da Simone Tiberti - 06/05/17
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DATI
Regia: Richard Linklater
Sceneggiatura: Richard Linklater
Durata: 165 minuti
Anno: 2014

[Tibo] - voto: 9
[Jaco] - voto: 6
[Raff] - voto: 6

Trailer

[Tibo] - voto: 9
L’unico film moderno capace di ottenere il 100% di recensioni positive secondo Metacritic, acclamato fin dalla sua presentazione al Sundance Film Festival lo scorso gennaio, è finalmente arrivato in Italia. La storia della sua produzione è semplicemente straordinaria, visto che le riprese sono state spalmate nell’arco di 11 anni in modo da seguire passo passo la crescita e l’invecchiamento dei protagonisti col passare del tempo. La trama è tutt’altro che complicata: ambientato in Texas, racconta la giovinezza di Mason Evans nell’arco di dodici anni (dagli 8 ai 20), l’evoluzione del suo rapporto con la sorella maggiore e coi genitori divorziati, nonché le vicende di questi ultimi – che ovviamente avranno conseguenze anche nella vita del giovane Mason. Esso va ad ingrossare le fila del già ricco genere “di formazione”, nonostante sia anche un verosimile e credibile spaccato di una normale famiglia americana. Merita tutti gli osanna ricevuti? In larga parte sì. Nonostante la durata possa risultare scoraggiante (2 ore e 45 minuti!) Boyhood scorre fluidamente, grazie anche a un’ottima sceneggiatura che consente allo spettatore di appassionarsi veramente alla storia narrata. In questo senso aiutano le interpretazioni degli attori, su tutti Ethan Hawke – meritevole di una candidatura agli Oscar – e del giovane Ellar Coltrane, le cui capacità recitative, già ottime nelle scene in cui è ancora bambino, migliorano col passare degli anni (letteralmente). Brave anche Patricia Arquette e Lorelei Linklater (la figlia *raccomandata* del regista! #SiScherzaOvviamente), seppur in secondo piano rispetto ai protagonisti maschili. La visione è decisamente consigliata, meglio se di pomeriggio (per quanto possa essere fluido, il minutaggio fa sì che non sia l’ideale come film del dopocena).


[Jaco] - voto: 6
Nonostante la particolare ed incredibile realizzazione di questa pellicola che ha accompagnato troupe e protagonisti per più di un decennio, l'unica cosa che è rimasta impressa nella mia mente è l'assenza di profondità della trama. Un film deve sapermi coinvolgere, sono goloso di storie originali, il cinema deve essere evasione dalla routine quotidiana. Purtroppo Boyhood non risponde a questi miei desideri, le vite dei personaggi si possono ritrovare in ognuno di noi, non c'è nessun avvenimento particolare che porti lo spettatore ad interessarsi a loro. In una scena del film quando il giovane protagonista e alcuni suoi amici stanno giocando lanciando il disco di una sega circolare contro una tavola di legno ho addirittura scommesso che qualcuno si sarebbe fatto male, e li il ritmo del film sarebbe cambiato. Non è successo neanche quello, è stato l'unico momento in cui ho pensato ad una possibile svolta. Sconsiglio il film a tutti quelli che come me non amano rivedere la vita di tutti i giorni nei suoi momenti più banali proiettata per tre ore su uno schermo.


[Raff] - voto: 6
Ci sono svariati modi di approcciarsi a un film come “Boyhood”. Personalmente, penso lo si possa guardare come una sfida, e alla base di essa vi è un dato di fatto: il cinema, in quanto tale, non può riprodurre la realtà se non attraverso approssimazioni, stereotipi più o meno corretti, semplificazioni che abbiamo imparato col tempo ad accettare in quanto inevitabili. E tutti questi espedienti fanno capo esclusivamente a un sommo fattore: il tempo. Questo è sempre stato l’ossessione che ha macchiato la Settima Arte permettendo al contempo il suo dispiegarsi, il suo formarsi, la sua simulazione di forme. La compressione del tempo nell’opera cinematografica è di per sé simbolo e causa della storpiatura del reale a favore della finzione. Eppure, senza tali compressioni e storpiature non ci sarebbe intrattenimento, non ci sarebbe plot: in definitiva non ci sarebbe cinema. Ed è proprio quello che accade in “Boyhood”. La sfida di Linklater consiste proprio nel creare l’illusione che cinema e realtà possano coesistere (e non è forse il cinema stesso un illusione?). In altre parole, l’intento è quello compiere un atto di finzione che si avvicini il più possibile alla realtà fino quasi ad arrivare a coincidervi. Il regista ci riesce, e questo lo capiamo semplicemente da una cosa: che in “Boyhood” (nel bene o nel male) non c’è quasi niente che assomigli al cinema. La pellicola altro non è che un collage di quelli che penso sia lecito poter chiamare “stereotipi di vita”: ci sono tutti i luoghi comuni tanto del divorzio quanto dei disagi provocati da un trasloco, ci sono i bulli nel bagno della scuola, il padre ubriaco(ne) che va in escandescenza durante un tranquillo pranzo familiare, la ragazza conosciuta per caso a una festa, il buon professore che si improvvisa maestro e consigliere di vita, l’inevitabile litigata tra il figlio e il compagno della madre, la nuova fidanzata conosciuta il primo giorno di università. Avvenimento, quest’ultimo, che ha luogo alla fine del film, perché tutto deve finire bene per forza. Eppure, in questo epilogo, il protagonista chiosa che nella vita si debba “cogliere l’attimo”. Tale frase potrebbe a dire il vero rivelarsi una chiave di lettura del film. Che, realizzando “Boyhood”, non sia stato proprio l’intento del regista quello di “cogliere l’attimo”? Che non sia questa la ragione che lo ha portato a prolungare la realizzazione per un decennio allo scopo di “catturare” le fasi di crescita dei suoi protagonisti? Probabilmente è così. Ma questo mosaico di pezzi di esistenza, quanta ragione ha d’essere, al di fuori del suo intento sperimentale? Che motivo avrebbe la gente di pagare il biglietto per vedere un film che non sia altro che una riproduzione stessa della quotidianità da essi vissuta giorno dopo giorno? C’è chi ha detto che “Boyhood” ridefinisce in toto il concetto di racconto di formazione. D’accordissimo sul fatto che di racconto di formazione si tratti, ma l’unica vera “novità” introdotta dall’ultima fatica di Linklater (possiamo dire l’unico motivo d’essere della pellicola) è proprio questo voler rincorrere ossessivamente il cambiamento, mostrandoci lo sviluppo dei membri del cast sotto i nostri occhi. Ed è proprio per rimarcare la sovrastante e totale importanza di questa componente che il regista introduce di volta in volta degli elementi che ci rendano esplicito il passaggio del tempo. Tali messaggi disseminati possono essere una canzone per radio, così come l’uscita di un libro o di un film (tanto per fare un esempio, quando uno dei personaggi vede “Hostel” in televisione, sappiamo essere già il 2005, così come quando il protagonista cita “Il cavaliere oscuro”, sappiamo essere il 2008). Ma al di là di questa importante variante (strutturale, non narrativa, perché non influisce sul plot) non c’è stupore, non c’è meraviglia, non c’è sorpresa. Moltissima partecipazione da parte degli attori, se volete (oltre a Ellar Coltrane, ottimo come sempre Ethan Hawke e gioiosa riscoperta la Arquette), ma si tratta di un’opera che non pone interrogativo alcuno, che non scuote mai veramente. Sicuramente interessante. Sicuramente sopravvalutata.


CAST
Ellar Coltrane – Mason Evans, Jr.
Patricia Arquette – Olivia Evans
Lorelei Linklater – Samantha Evans
Ethan Hawke – Mason Evans, Sr.
Libby Villari – nonna di Mason
Marco Perella – Bill
Brad Hawkins – Jim
Jenni Tooley – Annie
Zoe Graham – Sheena
Charlie Sexton – Jimmy

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