DONNIE DARKO

Scritto da Raffaele Mussini - 06/05/17
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DATI
Regia: Richard Kelly
Sceneggiatura: Richard Kelly
Durata: 113 min; 133 min Director's Cut
Anno: 2001

Voto: 10

Quell’incipit con Jake Gyllenhaal che attraversa intorpidito il quartiere in bicicletta con “The Killing Moon” di Echo & the Bunnymen sottofondo potrebbe essere una perfetta rappresentazione dello stato emotivo proprio della “teen age”, una sintesi dei sentori adolescenziali. Un risveglio in un luogo improbabile, senza sapere cosa sia successo la notte o il giorno precedente (e non è importante, perché si tratta di uno stato mentale), poi quelle casette tranquille sulle quali risplende il sole mattutino in una limpida giornata di ottobre: lo stereotipo di un’immagine idilliaca, la cui rappresentazione esplicita il proprio carattere utopico. Per certi versi, un alter ego aggiornato agli anni zero (il film è ambientato negli anni ’80, ma guarda indubbiamente all’oggi) della sequenza iniziale di “Velluto blu” (1986). Donnie, risvegliatosi scalzo e in pigiama, sale sulla bicicletta: il suo è uno sguardo curioso e al contempo consapevole, come quello di un bambino che, catapultato improvvisamente in un paese incantato, vi si addentri rimanendo passivamente conscio della natura fittizia di tale luogo. Il precedente riferimento a David Lynch è tutto fuorché casuale: come nei migliori film del regista di “Twin Peaks”, c’è la tenebra che si nasconde sotto la parvenza di normalità, il dubbio e l’oscuro che si insidiano dietro al quieto vivere, l’incombente minaccia dell’arrivo di un devastante caos morale (del quale la fine del mondo annunciata dal “coniglio” Frank si fa specchio). Se la quiete si manifesta proverbialmente dopo la tempesta, su “Donnie Darko” non c’è quiete, perché la tempesta è dentro di noi, nell’io che si trova vittima della transizione da pubertà ad età adulta. Il personaggio di Donnie si fa portavoce di quella sproporzione tra l’essere e il voler essere che abbraccia la vita tutta, ma che nell’età adolescenziale raggiunge un livello estremo, cruciale, determinante, drammaticamente critico, scopertamente vitale. Quello di Richard Kelly non è un film visionario, ma una visione lunga un film. Per molti un pasticcio incomprensibile, in realtà splende appunto in virtù della miracolosa lucidità con la quale mette in scena il disordine emotivo proprio di una generazione e di una specifica fascia esistenziale. Ecco allora un turbine di simboli, rimandi e allusioni che trovano comuni legami per poi dissociarsi, numeri ritornanti e situazioni reiteranti, risvolti narrativi che espletano il desiderio impossibile di piegare il tempo alla nostra volontà. In quella che potremmo chiamare una tempesta ormonale sotto forma di incubo, la dissacrazione di falsi profeti (un ottimo Patrick Swayze) è veicolo di emancipazione, protuberanze liquide si estendono come tramite emotivo tra corpi estranei, Donnie contesta gli ottusi insegnamenti scolastici di un’ostica professoressa (con tanto di prevedibile convocazione dei genitori in presidenza), salvo interrompere la solitudine pomeridiana con discorsi sull’asessualità dei Puffi e svegliarsi in piena notte per pugnalare la propria (?) immagine allo specchio. Donnie è l’alter ego dell’adolescente che è (stato) in tutti noi. Può sembrare un’affermazione banale, ma si rivela più azzeccata che mai. A renderla tale è il costante spaesamento del protagonista, derivante da quell’ambizione smodata tra il mantenimento di un controllo esteriore (ovvero sul mondo che lo – quindi ci – circonda) e un controllo interiore, cimentandosi contemporaneamente nella perenne quanto disperata ricerca di una figura con la/nella quale identificarsi. L’uomo (o qualunque sia la sua natura) mascherato da coniglio è da vedersi come la proiezione di questa figura, di questo desiderio che è soprattutto una necessità, e non – come tanti potrebbero erroneamente pensare – come un presunto e ipotetico lato oscuro di sé stessi. All’interno di un guscio costituito dal proprio carattere introverso, Donnie sta urlando a squarciagola questo suo bisogno a un mondo sordo. La sua morte non è da vedersi esclusivamente come un sacrificale atto d’amore per la persona amata, ma come il simbolico compimento finale della propria crescita e maturità. Perché, come avrebbe chiosato un anno più tardi lo Spider-Man di Sam Raimi, da grandi poteri derivano grandi responsabilità. E con riferimento a Donnie, il potere di cambiare il mondo che lo (ancora una volta, ci) circonda, è indubbiamente quello più grande e prezioso. Intorno al personaggio che dà il titolo al film c’è poi una non trascurabile gamma di sfaccettature; c’è ad esempio la middle class, che per il regista è terreno fertile sul quale seminare e combinare la nostalgia e il rimpianto per gli anni ’80 che furono (qui evocati da una colonna sonora stupenda, che spazia dai Duran Duran ai Tears for Fears). In definitiva, un capolavoro (oltre che un vero e proprio cult generazionale) tremendamente angosciante, che allo scorrere dei titoli di coda lascia quell’amaro in bocca che ha l’inconfondibile sapore di un’inquietudine profonda. Con un sequel inguardabile.


CAST
Jake Gyllenhaal: Donnie Darko
Jena Malone: Gretchen Ross
Drew Barrymore: Karen Pomeroy
Mary McDonnell: Rose Darko
Maggie Gyllenhaal: Elizabeth Darko
Holmes Osborne: Eddie Darko
Katharine Ross: Dott.ssa Lilian Thurman
Patrick Swayze: Jim Cunningham
Noah Wyle: Prof. Kenneth Monnitoff

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