LE STREGHE DI SALEM

Scritto da Raffaele Mussini - 21/04/16
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DATI
Regia: Rob Zombie
Sceneggiatura: Rob Zombie
Durata: 101 minuti
Anno: 2012

Voto: 8,5








Salem, Massachussets. Un nome che da generazioni produce inquietudine, riportando alla memoria gli antichi episodi di stregoneria e la violenta repressione che ad essi seguì. Fino al terzo millennio, in cui è un'ignara dj - Heidi - ad entrare in contatto con una forza sconosciuta, che sembra provenire da una delle streghe arse sul rogo 300 anni prima. È l'inizio di una inarrestabile discesa negli inferi, del corpo e della mente. Questa recensione potrebbe dare il via ad un ipotetico saggio sull'importanza della seconda visione, perché film come questo di primo acchito possono atterrare, deludere chissà quali aspettative, stordire e fuorviare. Poi, col passare del tempo, chi è emotivamente predisposto a questo tipo di spettacolo (e stiamo parlando di una cerchia alquanto ristretta) finisce per subirne il fascino, assimilando e rielaborando mentalmente contenuti e immagini. Si tratta di una pellicola estremamente complessa e tematicamente articolata. Il punto di partenza per un’analisi potrebbe essere quello di chiedersi: che cos'è Le Streghe di Salem? (i distributori italiani, come sempre, non hanno potuto fare a meno di storpiare malamente il titolo originale). Ad un primo sguardo superficiale, potremmo dire di trovarci di fronte al nulla: visioni e sogni si accumulano e non vi è una vera e propria trama (che, come mi accingerò a esplicare a breve, non è necessaria e nemmeno cercata), un qualsivoglia corso degli eventi. Guardando più a fondo, questo "nulla" potrebbe sorprendentemente diventare un "tutto". La chiave di lettura e il senso stesso del film stanno proprio qui: ci troviamo di fronte a un film profondamente introspettivo, intendendo con questo termine non l'introspettività che caratterizza i personaggi, ma quella invece di un regista che si apre totalmente a noi (pubblico), mostrandoci niente meno che il suo mondo e compiendo in questo modo un tacito atto di fiducia verso noi spettatori. Ne esce un film personalissimo, un flusso onirico di immagini e suoni disturbanti eppure dotati di un perverso e innegabile fascino. Il tutto ricordandoci fino allo sfinimento che si tratta in fondo di una finzione: questo è il significato del continuo ripetersi della luna col proiettile nell'occhio di Méliès. Questo film va quindi interpretato come (per quanto possa sembrare buffo da dire) un "viaggio alla scoperta di Rob Zombie", nel quale il regista sfoggia tutto il suo talento visionario dando corpo ad un excursus orrorifico-satanico perverso e seducente nel quale lo stile grezzo e debordante (da non intendersi assolutamente come volgare o privo di attrattiva) del regista che tanto ha imperniato i suoi film passati (soprattutto La Casa dei 1000 Corpi) è qui trattenuto a favore di un equilibrio e una composizione visivo-fotografica quanto mai armoniosi. A tal riguardo, la scena top del film è quella che vede la protagonista addentrarsi in un lussuoso e magniloquente atrio (Tempio? Chiesa?), sotto al Requiem di Mozart. E fa tutto ciò urlando nel contempo a squarciagola la propria nostalgia verso gli anni '60-'70, richiamati per tutto il corso del film dal look dei protagonisti e, soprattutto, dalla bellissima "All Tomorrow's Parties" dei Velvet Underground alla fine del film. Questo indubbio instant cult potrebbe essere visto, molto ma molto lontanamente, come una tarda risposta a La Stregoneria Attraverso i Secoli di Benjamin Christensen (1922). La differenza sta nel fatto che mentre nel primo lo sguardo era rivolto verso la Storia, gli individui e i loro pregiudizi (quindi in una parola verso l’esterno) qui, come ho detto prima, lo sguardo è del tutto rivolto verso il sé che sta dietro la macchina da presa. O almeno, quasi del tutto.
A far parte della visione del regista è anche la concezione secondo la quale il male esiste ed è già largamente diffuso in mezzo a noi ben prima di (e a prescindere da) un ipotetico avvento del figlio di Satana, la cui venuta al mondo si concretizza nel tour de force (da applausi) visivo e sensoriale alla fine del film. La provocatoria scena tra il prete e la protagonista è lì a ricordarci che non c'è assolutamente bisogno dell'ascesa dei "signori di Salem" per portare nel mondo un male da sempre (onni)presente. In definitiva, non un film per tutti. Sicuramente scomodo. Sicuramente controverso e difficile. Ma quest'opera è la mente (malata o geniale che sia, e siate consapevoli del fatto che spesso e volentieri le due cose combaciano) e l'universo concettuale di un autore (che grazie a quest'opera si è meritato pienamente questo appellativo) che ha realizzato a tutt'oggi il suo miglior film. Il compimento definitivo di un ex-esordiente in cerca del proprio film-sigillo, punto finale (ma, si spera, non ultimo) dell'ascesa di un talento. Prendere o lasciare.


CAST
Sheri Moon Zombie: Heidi Hawthorne
Bruce Davison: Francis Matthias
Jeff Daniel Phillips: Herman Whitey Salvador
Judy Geeson: Lacy Doyle
Ken Foree: Herman Jackson
Patricia Quinn: Megan
Dee Wallace: Sonny
Meg Foster: Margaret Morgan
Maria Conchita Alonso: Alice Matthias
Richard Fancy: AJ Kennedy
Andrew Prine: Reverendo Jonathan Hawthorne
Michael Berryman: Virgil Magnus
Sid Haig: Dean Magnus
Lisa Marie: Priscilla Reed
Torsten Voges: Gorgann
Roger W. Morrissey: Satan

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