THE HATEFUL EIGHT

Scritto da Jacopo Braghiroli - 14/02/16
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DATI
Regia: Quentin Tarantino
Sceneggiatura: Quentin Tarantino
Durata: 187 minuti (versione 70mm); 167 minuti (versione digitale)
Anno: 2015

Voto di [Jaco]: 8
Voto di [Raff]: 7,5








Voto di [Jaco]: 8
Ottavo film del genio della settima arte Quentin Tarantino, The Hateful Eight dividerà il pubblico. Ogni opera del regista del Tennessee è un mondo ben definito con le sue regole interne che ruotano attorno ad un elemento centrale, cuore pulsante della narrazione. In Kill Bill era la vendetta, in Bastardi Senza Gloria avevamo la rabbia verso la minaccia nazista, in Django la liberazione dalla schiavitù, per citarne alcuni. La base di The Hateful Eight sono le atmosfere da giallo firmato Agatha Christie. Le carte di Tarantino sono sempre le stesse, ma vengono giocate in modo diverso ad ogni partita: donne senza paura, sorvegliati e sorveglianti, parole affilate come lame, una buona dose di violenza volutamente esagerata per essere sempre folle ma mai macabra, identità dei protagonisti ben definite ma mai certe, tutto ciò concorre per creare una nuova storia, un nuovo mondo. Otto loschi personaggi si vedranno costretti a soggiornare in una locanda durante una forta bufera di neve, qui si sveleranno passati oscuri e rapporti inaspettati, col sottofondo di una paranoia montante e di dubbi viscerali che attanaglieranno lo spettatore fino alla fine del film.
The Hateful Eight assicura che l'Ultra Panavision 70, glorificazione dello spazio orizzontale, può 'servire' otto bastardi in un interno. Perché Tarantino sceglie di ripristinare un formato abbandonato nel 1966 non tanto e non solo per distendere i paesaggi del Wyoming ma per filmare le interazioni degli attori dentro uno spazio chiuso. Riparati in un rifugio e disposti come pedine su una scacchiera, gli hateful di Tarantino agiscono in primo piano e sullo sfondo.  Marzia Gandolfi - mymovies.it
Vero deus ex machina della narrazione, il buon Quentin veste il ruolo di giudice, giuria e boia, in barba al giusto e sbagliato, lasciando da parte onore, giustizia e demolendo l'empatia (o l'apatia) generata nello spettatore. Ogni dialogo e ogni gesto è funzionale ed essenziale alla costruzione dei personaggi, in un crescendo di tensione fino all'epilogo catartico: gelo, violenza, menzogne. 
Consiglio a tutti The Hateful Eight, e rinnovo il mio invito a non far entrare in sala pregiudizi e aspettative costruite sul nulla, figli di media sensazionalisti e invadenti sempre pronti a minare l'esperienza (se non la realizzazione del film stesso, come accaduto in questo caso) dello spettatore.


PRO
L'ottavo film di Quentin Tarantino, con tutte le certezze tecniche e stilistiche che abbiamo sempre amato
Il solito cast impeccabile
Citazioni a non finire

CONTRO
Manca parte dello sbigottimento che ho provato nelle pellicole precedenti
Guardatelo riposati



Voto di [Raff]: 7,5
Fin dall’inizio del suo concepimento, The Hateful Eight era purtroppo destinato a subire il pregiudizio di chi considera il suo autore un genio, di chi ha visto e rivisto capolavori come Pulp Fiction (1994), Le Iene (1992) e Kill Bill (2001-2003) fino a consumarsi gli occhi, di chi era talmente convinto che questa sua ottava fatica avrebbe equiparato il precedente intramontabile Django Unchained (2012) da autoconvincersene a prescindere. Sia chiaro: Tarantino un genio lo è, e i tre film prima menzionati (ma anche Django) andrebbero sì guardati fino a esaurimento forze. Ma pur rispettando gusti e opinioni altrui, penso che etichettare The Hateful Eight come uno dei migliori film del regista significhi paradossalmente fargli un grave torto. Arriva un momento nella filmografia di ogni grande cineasta nel quale quest'ultimo giunge a consacrare la propria poetica, il proprio unico e inimitabile stile. Tarantino non ha più nulla da dimostrare, perché questo momento lo ha già superato da un pezzo, e ciò costituisce un grande punto a favore del film. Non vanno invece a vantaggio della pellicola le eccessive lungaggini della prima parte, durante la quale assistiamo all'interminabile svolgersi di dialoghi non sempre fondamentali nella definizione dei personaggi, ma al contrario forzati e scarsamente incisivi. Una volta però che questi otto "bastardi senza gloria" sono tutti riuniti nell'emporio di Minnie, ecco dispiegarsi un potentissimo teatro degli orrori fatto rivelazioni, tripudi splatter sconcertanti, e colpi di scena spiazzanti seppur sovente ritardatari (ma si sa: a Tarantino piace prendersi i propri tempi). Il meccanismo è impeccabile e affascinante, seppur macchiato da un’inaspettata caduta di gusto riguardante il flashback che coinvolge il Maggiore Marquis Warren, il figlio del Generale Sanford Smithers e… una coperta. Ma non è questa falla, né sono i difetti di cui prima a togliere a The Hateful Eight la dicotomia di capolavoro. A dispiacere di più è invece la constatazione di come Tarantino dissemini la prima parte di interessanti, colte e lungimiranti riflessioni politiche salvo poi abbandonarle, rinunciando a svilupparle ma scegliendo invece di prediligere il giallo, la struttura "alla Agatha Christie" (si guarda molto a Dieci Piccoli Indiani), il thriller da camera. Perché a conti fatti, l’opera in analisi appartiene al thriller perfino prima che al western. Ho parlato poc'anzi di "teatro degli orrori" con riferimento allo sviluppo della narrazione. Non è per puro caso che ho ostentato tale parallelismo; ci troviamo infatti di fronte al film più dichiaratamente teatrale di Tarantino, al punto più estremo della propria seminale concezione di cinema. Qualcuno si starà chiedendo se tale aspetto costituisca un bene o un male, e io rispondo assolutamente a favore della prima ipotesi: la scommessa di ambientare quasi tre ore di film all’interno di una baita di montagna (un modo molto grezzo di vedere la cosa, se volete, ma alla luce dei fatti le cose stanno in questo modo) è indubbiamente stravinta. E – aggiungo – non avevamo dubbi. Quindi, in definitiva, promuovo appieno questa appassionante opera, perché coinvolge, cattura, diverte e stupisce. La colonna sonora di Morricone non può che costituire un grande valore aggiunto, sebbene non sia certamente destinata a rientrare nella cerchia dei capolavori del compositore romano. Ciononostante, a uno dei momenti migliori del film fa invece da sottofondo la stupenda "There Won't Be Many Coming Home" di Roy Orbison, perfetta chiusura di una spietata epopea nichilista destinata a trovare la propria morte nella più sincera, virile e spontanea delle amicizie.



SUPPOSTE CINEFILE [fonte: wikipedia]  ATTENZIONE SPOILER 
- Il film ha utilizzato lenti anamorfiche Panavision, con un aspect ratio di 2.75:1, un ampio formato utilizzato solo da pochi film tra gli anni cinquanta e sessanta, come Ben-Hur, Gli ammutinati del Bounty e Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo.
- Oswaldo Mobray viene mortalmente colpito allo stomaco esattamente come Mr. Orange (interpretato sempre da Tim Roth) in Le iene.
- Quando Warren mostra a John Ruth la lettera di Lincoln per la prima volta, questa è circondata dalla stessa aura che aleggia attorno alla valigetta di Pulp Fiction; si noti che essa non rappresenta però, in questo caso, un MacGuffin.
- Nel quinto capitolo, i quattro della diligenza fanno il loro ingresso nell'emporio di Minnie nello stesso modo in cui la Deadly Viper Assassination Squad irrompe nella chiesa in cui si celebra il matrimonio della Sposa in Kill Bill vol. 2: spalle rivolte alla telecamera e allineati davanti ai bersagli ignari. L'unico attore a far parte di entrambi i gruppi di sicari è Michael Madsen, nelle vesti di Budd
nel primo caso e di Joe Gage nel secondo.
- In una scena del film, nel doppiaggio italiano, il personaggio interpretato da Kurt Russell, John Ruth, viene definito "iena"; nel film 1997: fuga da New York, lo stesso attore interpreta il protagonista Jena Plissken.
- Quando viene disarmato da Warren (Samuel L. Jackson), Joe Gage (Michael Madsen) dice "A bastard's work is never done'", riferimento a Bastardi Senza Gloria.
- Il bandito inglese Pete Hicox condivide il cognome con Archie Hicox, il maggiore inglese di Bastardi Senza Gloria.
- Altro riferimento si ha quando Jody (Channing Tatum) spara nei testicoli a Warren dopo aver sussurrato "Dì adiós ai tuoi huevos!"; in una scena analoga, Hugo Stiglitz (Til Schweiger) spara nei testicoli al maggiore Dieter Hellstrom (August Diehl) dopo avergli sussurrato all'orecchio "auf wiedersehen alle tue palle".
- In entrambi i film, uno dei personaggi principali si nasconde sotto le assi del pavimento e ne segue una sparatoria: in Bastardi Senza Gloria la persona nascosta, Shoshanna Dreyfus (Mélanie Laurent), la subisce, mentre in The Hateful Eight la causa. Inoltre, nel primo film la persona nascosta sopravvive, mentre nel secondo viene uccisa subito dopo.
- Oswaldo Mobray (Tim Roth), ricorda nell'atteggiamento sofisticato, nel lessico ampolloso e nell'accento marcato il Dottor King Schultz (Christoph Waltz) di Django Unchained. Inoltre entrambi i personaggi sono europei, l'uno inglese, l'altro tedesco.
- Viene menzionata la fittizia marca di tabacchi Red Apple, che appare in quasi tutti i film di Tarantino.
- In una scena del film, John Ruth afferra e distrugge la chitarra che Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) stava suonando. Lo strumento in questione era un'autentica chitarra Martin del 1870 prestata dal Martin Guitar Museum di Nazareth, Pennsylvania. Originariamente lo strumento doveva essere sostituito da una copia nella scena della distruzione, ma per un disguido non fu comunicato a Russel, che proseguì come da copione; tutti sul set furono abbastanza scioccati dall'avvenimento, e la reazione incredula della Leigh in quella scena fu genuina. In tutto questo, a detta del montatore del suono Mark Ulano, "Tarantino se ne stava in un angolo con un sorrisetto sulle labbra, soddisfatto della performance ottenuta". Il direttore del museo Dick Boak definì il danno "irreparabile" e dichiarò di non essere stato avvertito che la chitarra, o quantomeno la sua copia, sarebbero dovute essere distrutte. In seguito all'incidente, il museo non presta più strumenti antichi alle troupe cinematografiche.
- Il film ricorda molto La Cosa di John Carpenter per vari motivi: l'ambiente freddo e ostile che costringe i personaggi a rimanere chiusi in un edificio, l'odio e il sospetto crescenti tra i vari protagonisti, l'attore Kurt Russel e le musiche di Ennio Morricone (tra l'altro buona parte del materiale di Morricone era stato pensato proprio per il capolavoro horror di John Carpenter). Chiara citazione a La Cosa è poi la scena dei paletti nella neve.
- Il film ricorda anche La Casa di Sam Raimi, con la maggior parte del film ambientato tra quattro mura, la presenza di una botola nel pavimento, e tante scene splatter.



CAST
Samuel L. Jackson: Magg. Marquis Warren
Kurt Russell: John Ruth "Il Boia"
Jennifer Jason Leigh: Daisy Domergue/Daisy Domingray
Walton Goggins: Chris Mannix
Demián Bichir: Bob/Marco "il Messicano"
Tim Roth: Oswaldo Mobray/Pete Hicox
Michael Madsen: Joe Gage/Grouch Douglas
Bruce Dern: Gen. Sanford Smithers
James Parks: O.B. Jackson
Channing Tatum: Jody Domingray
Dana Gourrier: Minnie Mink
Zoë Bell: Judy "sei cavalli"
Lee Horsley: Ed
Gene Jones: Sweet Dave
Keith Jefferson: Charly
Craig Stark: Chester Charles Smithers
Belinda Owino: Gemma

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