ANTICHRIST

Scritto da Raffaele Mussini - 03/02/16
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DATI
Regia: Lars von Trier
Sceneggiatura: Lars von Trier
Durata: 104 min "catholic version"; 109 min "protestant version"
Anno: 2009

Voto: 9,5









Uno dei film più controversi degli ultimi anni, rimasto (purtroppo) nascosto per ovvi motivi legati agli scabrosi contenuti. Sconosciuto dai più, Antichrist è a mio parere la vetta di uno dei più grandi autori contemporanei, nonché il miglior regista danese vivente. Le riflessioni di Lars von Trier non sono mai state così scomode e provocatorie. Le tematiche riguardano il sesso e la natura femminili, visti come l’origine di un male cosmico. Partiamo dall’inizio: è infatti proprio la scena iniziale ad aver suscitato scandalo e controversie in tutto il mondo. Un incipit folgorante, spiazzante, geniale e, a suo modo, poetico (per quanto possa definirsi "poetica" la tragica scena rappresentata): un sapiente uso del montaggio, dove alla morte del bambino si alternano immagini ai limiti del pornografico, il che addita fin da subito (poiché il concetto verrà ribadito) l'atto sessuale come colpa (il fatto di mostrare la scena nei più "spinti" dettagli non è indice di chissà quale vuoto intento provocatorio, ma ci vuole indicare che è proprio sul sesso come atto in sé che ci si sta concentrando). La vicenda si sposta poi in una casa in mezzo al bosco, nella quale la coppia cerca di superare il trauma della morte del figlio attraverso una "immersione psicanalitica nella natura". Ed è proprio da qui, invece, che nasce/proviene il male: dalla natura, costantemente rappresentata come sinistra, minacciosa e malefica (il bosco popolato da bianchi cadaveri: un’immagine indimenticabile). Ho parlato prima di malignità della natura femminile: la teoria sviluppata qui dal cineasta è ostica ma inequivocabile: la scena della violenza praticata al sesso di Willem Dafoe, quindi l’ultima (la più emblematica, nonché cruda ai limiti della sopportazione) dove Charlotte Gainsbourg si taglia il clitoride (appunto per estirpare, cancellare il proprio sesso), lo dimostrano. La simbolica sequenza finale poi, dove il protagonista (si badi bene, il maschio sopravvissuto alla "pena", quindi al "genocidio", titoli dei due capitoli centrali del film) si trova sulla collina attorniato senza via di scampo dalle donne in avanzamento, non lascia spazio a dubbi. Un film estremamente complesso, dominato dall’inizio alla fine da un'atmosfera angosciante e onirica, dove sicuramente vi sono altre parentesi e/o dettagli sui quali non mi sono dilungato a discorrere. Assolutamente non per tutti i gusti, certamente fastidioso e a tratti insostenibile. Ma profondamente introspettivo e decisamente coraggioso. La lucidità e la fermezza con le quali il regista danese impone (badate, non suggerisce, ma impone, nella consapevolezza che, in fondo, ogni vera forma d’arte è una dolce violenza all’anima e al pensiero) la propria convinzione è ammirabile e sconvolgente e ne fa uno dei film più audaci del nuovo millennio. 


CAST
Willem Dafoe: Lui
Charlotte Gainsbourg: Lei

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