12 ANNI SCHIAVO

Scritto da Raffaele Mussini - 25/10/15
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DATI
Regia: Steve McQueen
Soggetto: Solomon Northup (libro)
Sceneggiatura: John Ridley
Durata: 134 minuti
Anno: 2013

Voto: 5

Stati Uniti, 1841. Solomon Northup è un musicista nero e un uomo libero nello stato di New York. Ingannato da chi credeva amico, viene drogato e venduto come schiavo a un ricco proprietario terriero del Sud. Strappato alla sua vita, alla moglie e ai suoi bambini, Solomon infila un incubo lungo dodici anni provando sulla propria pelle la crudeltà degli uomini e la tragedia della sua gente. Perché non consiglierei a nessuno di vedere 12 anni schiavo?
Andiamo con ordine: vi è una prima parte nella quale il protagonista viene travolto dagli eventi in modo così dirompente che noi spettatori non possiamo che rimanere incollati alla poltrona allo stesso modo di come faremmo davanti a un thriller ben riuscito. Poi si arriva a metà pellicola, e da lì in poi - credetemi o no - non succede più nulla. Non mi si accusi di superficialità: non voglio dire che non vi siano degli eventi. Il problema è che questi si riducono a un mero collage di soprusi e crudeltà (più fisiche che psicologiche) ai danni dei personaggi. Non c’è più trama, non c’è plot, non ci sono risultati da raggiungere, fughe da tentare, obiettivi da perseguire, voglia di raccontare. Il ritmo da pacato diventa lento, poi si annulla, cessando di fatto di esistere e gettando lo spettatore in un vortice di noia incessante, ravvivato solo da una fotografia che di tanto in tanto regala meravigliosi squarci di paesaggio. Vortice sconquassato poi dalle troppe e troppo lunghe sequenze riguardanti le frustate subite e inflitte, mostrate attraverso una violenza insistita, eccessiva quanto inutile. Inutile perché per provocare l’immedesimazione nello spettatore e fargli vivere sulla pelle (mi si perdoni il gioco di parole) la sofferenza di chi ha subito tutto ciò, non c'è bisogno di forzare la mano così tanto e spingersi talmente oltre. Poiché in questo modo si raggiunge solo il triste risultato di un' arroganza irritante, quella di chi esagera per impietosire e indignare, col solo risultato di colpire allo stomaco senza sfiorare neppure lontanamente il cuore e l'anima. Viene così vanificato in parte il nobile intento di denuncia di partenza (ma ce n'era davvero ancora bisogno, dopo così tanti film dedicati all'argomento?). Il troppo storpia, non c'è niente da fare. Ben girato, superbamente interpretato, ottimamente realizzato, ma ristagnante. E, soprattutto, imperdonabilmente troppo lungo. Si implorano i titoli di coda già un'ora prima, e in quest'ottica, il lieto fine diventa un minimo sindacale. Inoltre, come accennato poco fa, non aggiunge nulla di più ai molteplici film – più o meno recenti – che hanno affrontato il tema, riuscendo mirabilmente dove questo film del sopravvalutatissimo McQueen ha fallito (riguardarsi Amistad e Django Unchained). 
E l’Oscar al Miglior Film? Probabilmente l'ennesimo buco nell'acqua di una giuria che privilegia il politically correct a tutto il resto, vittima del furbo patetismo forzato messo in scena, per colpa del quale il film in analisi può essere definito in un solo modo: un interminabile p(i)attume.


CAST
Chiwetel Ejiofor: Solomon Northup
Michael Fassbender: Edwin Epps
Benedict Cumberbatch: William Ford
Paul Dano: John Tibeats
Paul Giamatti: Theophilus Freeman
Brad Pitt: Samuel Bass
Lupita Nyong'o: Patsey
Alfre Woodard: Harriet Shaw
Sarah Paulson: Mary Epps
Scoot McNairy: Brown
Taran Killam: Hamilton
Garret Dillahunt: Armsby
Michael Kenneth Williams: Robert
Quvenzhané Wallis: Margaret Northup
Ruth Negga: Celeste
Bill Camp: Ebenezer Radburn

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